:: CULTURA  
  SULLE TRACCE DI GIOVAN BATTISTA ANTONIBON: FONDATORE DELLA SCUOLA CERAMICA DI NOVE
Luigi la Gloria
     
 

La ceramica bassanese, e in special modo quella novese, negli anni intorno al 1670 dà la sua prima sensibile fiammata prodotta da coloro che si possono definire a ragione gli antesignani di questa pregevole tradizione connaturata alla terra veneta. Di fatto i fratelli Manardi di Angarano, piccolo borgo di Bassano del Grappa sulla sponda destra del Brenta, perseguono e concretizzano il primo lodevole tentativo di guadagnare a sé, con la loro assai dignitosa opera di vasai, l’interesse e il consenso di un pubblico e quindi di una clientela destinata a progredire quantitativamente e qualitativamente in sintonia con l’affinamento delle tecniche e delle proposte. I latesini, vassoi, bacini, piatti e simili, così denominati per le caratteristiche dello smalto dal colore bianco-azzurro simile a quello del latte amidaceo, sono il risultato apprezzabile di questo primo periodo di fattiva intraprendenza. La portata precipuamente ornamentale degli oggetti, composti peraltro di mezza maiolica e il cui formato variava conformemente alle esigenze di mercato e alle partizioni programmatiche, veniva espressa mediante raffigurazioni di scene villiche e squarci di antiche rovine.
L’apporto tecnico-manuale di artigiani provenienti da Lodi e Faenza, indiscussi punti di riferimento del manufatto ceramico di allora, influenzano la produzione di latesini dei fratelli Manardi, dando vita ad un’innovativa svolta sia nella modellazione del manufatto che nelle raffigurazioni con lievi richiami ai tradizionali motivi ornamentali lodigiani e faentini. Questo iniziale ricorso a imitazioni e modelli, certamente di comprovata pregevolezza e già sperimentati altrove, agì piuttosto come motivo di stimolo verso una nuova e originale caratterizzazione del prodotto ceramico. Tuttavia, benché per la fabbrica e per gli artisti di Angarano si delineasse un futuro assai florido e artisticamente fecondo, non appena i fratelli Manardi decisero di trasferirsi altrove sopravvenne la crisi.
Dopo un periodo buio durato alcuni anni, le sorti della fabbrica si ristabiliscono quando nella dirigenza subentra Giovanni Antonio Caffo cui successivamente si affiancano i fratelli Terchi. Ma nel 1727 il trinomio si scinde e il Caffo, non più sostenuto dalla sensibilità artistica e dalla sapienza stilistica di Bartolomeo e Antonio Terchi, che tanto avevano giovato al risorgere della fabbrica, dopo una fase di avversati tentativi di mantenersi a galla, cede l’attività a Giovan Battista Antonibon che sposta da Angarano a Nove il primato della ceramica.
Questi, con saggezza e perspicacia, fece tesoro dei suggerimenti ricavati dalle soluzioni plastiche e dai modelli preesistenti filtrandoli attraverso un gusto originale ed arricchendoli di suggestioni poetiche peculiari tese a un linguaggio capace di competere con altri già attestati su criteri e forme autonome. L’arte della maiolica, evoluzione della cristallina, per Giovan Battista Antonibon rappresenta il mezzo sagace per instaurare un dialogo commerciale con un pubblico sempre più vasto e piuttosto sensibile alla varietà e agli eclettismi. Fu approvato e incoraggiato persino dal governo della Serenissima incline, per ragioni di politica economica, a favorire lo sviluppo dell’attività nella regione. L’Antonibon, dopo il trasferimento dei manifattori e dei conii segreti nella sua nuova sede, si avvia a imporsi sul mercato bruciando la concorrenza e progredendo verso forme artistico - cromatiche nobili e graziose trasformando il piccolo villaggio di Nove in un centro di ceramica tra i più raffinati dell’epoca.
Nel 1738 Giovan Battista muore. A dirigere la fabbrica gli subentra il figlio Pasquale, uomo macchiavellico di notevole intelligenza e di granitico carattere che alle molteplici virtù assomma una spregiudicatezza che ai più potrà apparire amorale, fermo restando che molti grandi uomini non ne furono per niente sprovvisti. E’ proprio Pasquale l’iniziatore dell’età aurea della produzione ceramica di Nove.
Ma un altro illustre maestro ceramista, Geminiano Cozzi da Modena si trasferisce, intorno al 1754, a Venezia e in seguito a Nove dove apre una fabbrica e dà vita a una pregevole produzione di maioliche. Inizia così una disputa che vede i due artigiani contendersi il primato e quindi il monopolio delle maioliche fini nel territorio delle Venezie. Una lotta senza esclusione di colpi che li porta, più di una volta, a risolvere le loro controversie in sede legale.
Le vicissitudini giudiziarie e qualche condanna a pagare presunti danni al suo irriducibile concorrente non scoraggiano Pasquale Antonibon che, con sorprendente ostinazione, continua la sperimentazione di tecniche sempre più raffinate e originali nello studio delle forme decorative e nella magia del colore.
La tecnica per la realizzazione della porcellana, già in uso da secoli in Cina e tuttavia sconosciuta in Europa, viene per così dire scoperta dal chimico tedesco Johan Böttger agli inizi del XVIII secolo. Il procedimento per realizzare il “nuovo manufatto” tarda alcuni anni a giungere in Italia ma, appena avutane conoscenza, Pasquale Antonibon l’adotta immediatamente, consapevole del salto qualitativo che avrebbe dato alla sua già bella produzione. Ma la competizione mercantile non gli dà tregua; sorgono nuove fabbriche con un’accesa guerra dei prezzi che gli rende la vita assai difficile. Ad insidiare i primati dell’Antonibon sono i fratelli Bortolini, Giovanni Maria Salmaso ed ancora il Cozzi, avversari agguerriti e scomodi che possono contare anche su amicizie importanti all’interno del governo veneziano. In particolare il Cozzi, approfittando della malattia che colpisce Pasquale tra gli anni 1763-65, s’insinua nel controllo attivo di Pasquale sulla fabbrica e sul mercato e astutamente trama, con esito favorevole, di assorbire alle sue dipendenze con allettanti offerte gli operai di Antonibon. Ma, deludendo le aspettative del Cozzi, Pasquale si riprende dalla malattia e apre botteghe a Udine, Ferrara, Mantova, Trento, Ancona, persino a Roma e, anche nei momenti di maggior conflitto o di incalzante tensione commerciale, per lui lavorano 120 operai in tre fornaci. Le sue maioliche e le sue porcellane, che negli anni ‘70 del settecento pervengono a un livello di squisitezza formale davvero ragguardevole, acquisiscono una clientela scelta che si muove dalla Romagna, dalla Lombardia e naturalmente da larghissime fasce della Repubblica di Venezia.
Ridottosi sensibilmente il potenziale di aggressività dei concorrenti, Pasquale limita la sua competenza alla produzione della porcellana e affida a Giovanni Maria Baccin, suo ex dipendente, il compito di perpetuare la sua già fervidissima opera nell’arte delle terraglie e delle maioliche.
Forse più di quanto non osasse sperare, con mirabile intraprendenza e acutezza, il Baccin ottiene risultati eccezionali, tanto dal punto di vista del mercato, con esportazioni dei prodotti ceramici nei paesi d’oltremare, che delle innovazioni stilistiche.
Successivamente era Francesco Parolin ad assumere la gestione manifatturiera della porcellana dall’abdicatario Pasquale che da dietro le quinte non rinunciava però al segreto privilegio della supervisione. Tuttavia nuovi apici di affermazione artistica e successo di mercato della fabbrica, paragonabili al periodo aureo di Giovan Battista, sono raggiunti nel periodo di piena maturazione di Marcon e Bosello, veri maestri della decorazione ricca di colta e suadente originalità nella modellazione plastica percorsa da una vena neoclassica e sposata con il gusto arcadico della tradizione locale.
Con l’amara sottomissione all’Austria, che segna storicamente un semplice trapasso di subordinazione dal padrone francese a quello asburgico, la sorte del Veneto si fa cupa preludendo in un certo senso alla crisi che dal 1825, con la morte del Bosello e il ritiro del Baroni, che aveva rilevato la direzione della fabbrica, investirà irreparabilmente il tessuto manifatturiero della produzione ceramica di Nove.

Nel 1907 Ludovico Barettoni, in società con Italo Beltrame, rileva l’azienda.
Il riavvio della fabbrica fu inizialmente difficile ed oneroso: il degrado di anni di inattività, l’attrezzatura del tutto inesistente, i magazzini privi di materie prime e di prodotti finiti imposero ai due nuovi proprietari uno sforzo davvero titanico.
Pur tuttavia, tra innumerevoli difficoltà, si riprese la produzione. Nel 1911 il Beltrame si ritirò e cedette la sua quota al Barettoni che ne rimase unico proprietario.

Grazie agli antichi stampi settecenteschi, unica eredità degli Antonibon, e al contributo di Giuseppe Polloniato, abile ceramista che assume la direzione della fabbrica, la nuova gestione registra un sensibile sviluppo artigianale che susseguentemente si trasformerà in una vera e propria attività industriale. Nonostante le due guerre - nella prima lo stabilimento venne addirittura sequestrato per essere adibito a officina - la fabbrica di queste raffinate ceramiche, dirette discendenti del tenace e creativo pioniere Giovan Battista Antonibon, è ancor oggi all’avanguardia nella produzione ceramica internazionale.

 

 

Uscita nr. 33 del 20/05/2012